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A dispetto del cast d’eccezione il film “Io, Io, Io… e gli altri” fu un flop. Correva l’anno 1966. Tra gli attori figurano infatti calibri quali Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Walter Chiari, Vittorio De Sica, Nino Manfredi, Marcello Mastroianni, Salvo Randone, Franca Valeri e Sylva Koscina.

Ma a noi – per dirla con il cantante romano Lando Fiorini, peraltro recentemente scomparso – che ce frega dell’insuccesso al botteghino del film? Nulla. A noi interessa piuttosto fare una riflessione sul tema di fondo della pellicola, che del resto emerge già con chiarezza dal titolo: il diffuso e insano egocentrismo che anima le interazioni tra le persone. Oggi mille volte più del 1966.

Io Io Io e gli altri

La questione è seria, e attiene alla comunicazione empatica, cioè alla capacità di cogliere cosa pensa e cosa prova l’interlocutore, e agire di conseguenza per raggiungere l’unico vero scopo della comunicazione: farci capire.

La pellicola del registra Alessandro Blasetti ci è tornata in mente lo scorso week-end, quando sulle scale di casa di amici abbiamo incontrato un tizio di nostra conoscenza. Appena ci ha visti i suoi circuiti mentali hanno fatto click e la gentile e rispettosa persona che conoscevamo si è improvvisamente trasformata in logorroica sanguisuga. Avreste dovuto vedere la scena, degna di un film di Fantozzi. Vi sareste divertiti, a differenza di quanto è successo a me… Dopo un veloce e distratto «come va», buttato lì più per rispettare una qualche forma di cortesia che per vero interesse, ci ha bruscamente interrotti per attaccare con un monologo sulla sua situazione familiare, che vede entrambi i suoceri ricoverati in una casa di cura. Un fiume in piena… Dopo i primi tre minuti in cui ci siamo interessati al suo caso, provando compassione e pena, abbiamo cominciato a dare segni di cedimento, cercando di fargli capire che avevamo un appuntamento ed eravamo in ritardo. Nulla. Dico nulla! Il tizio era tutto raggomitolato su se stesso, e scaricava su di noi un’impietosa mitragliata di io, io, io, io, io… Noi avremmo potuto essere muri di cemento armato, oppure indossare un “cartello sandwich” con scritto BASTA!!!, ma lui sarebbe andato avanti lo stesso. E avrebbe proseguito se non fosse giunta provvidenziale la telefonata della moglie per richiamarlo all’ordine, sollevandoci dal trovare un’estrema strategia di uscita, elegante ma diretta. 

logorroica

Nel libro “Lezioni americane”, Italo Calvino cita il romanzo di Carlo Emilio Gadda “La cognizione del dolore” e in particolare il passaggio in cui l’autore scoppia in un’invettiva furiosa contro il pronome io: «… l’io, io!… il più lurido di tutti i pronomi!… I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta come tutti quelli che hanno i pidocchi… e nelle unghie, allora… ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona». Il pronome io come il più lurido pidocchio del pensiero, dunque.

Già…

Come non ricordare al proposito Alberto Sordi ne “Il Marchese del Grillo“…?


Okkio amici! Perché se continuate ad essere chini sul vostro ombelico (ecco il senso dell’immagine di copertina…), incapaci di prestare un briciolo di attenzione verso il vostro interlocutore, correte un serio pericolo. Sapete quale? Di far scappare a gambe levate chi vi sta intorno (come nel caso limite che vi ho raccontato) e soprattutto di non farvi capire: i vostri messaggi, anche quelli provenienti dal vostro cuore, cadranno rovinosamente a terra e nessuno sarà disposto a raccoglierli e valorizzarli. E voi avrete fallito nel vostro intento di trovare comprensione, appoggio e condivisione.

La comunicazione è efficace (cioè mi faccio capire) quando crea armonia e si trasforma in una danza tra tu e io, tu e io, tu e io… Uno scambio, non un monologo. Quali skills serve sviluppare, allora? Quelle dell’empatia: capacità di ascoltare attivamente, capacità di osservare i dettagli e capacità di immedesimarsi nell’interlocutore. Il tutto condito dall’arte di porre domande aperte, che non comportano risposte secche sì/no, ma stimolano la conversazione.

Nell’augurarvi buon fine settimana vi saluto con una citazione e una poesia.

La citazione è tratta dal romanzo “Viaggio al termine della notte“, di Louis-Ferdinand Céline: “Tanto vale non farsi illusioni. La gente non ha niente da dirsi… Ognuno parla solo delle proprie pene personali, si capisce. Ciascuno per sé, la terra per tutti. Cercano di sbarazzarsene, della loro pena, sugli altri. Ma la cosa non funziona, si ha un bel fare… Se la tengono tutta intera, la loro pena. E poi ricominciano con lo stesso giochetto, provano a piazzarla un’altra volta. E stanno a vantarsi di essere riusciti a disfarsene,  della loro pena. Ma tutti sanno che non è vero niente e se la sono tenuta bella in caldo, tutta per loro… (…) Non si ha mai abbastanza tempo, è vero. Ce n’è solo per pensare a sé stessi”.

Quanto alla poesia, vi confesso che la scorsa estate, sollecitato dalla lettura di uno dei miei poeti preferiti, Charles Bukowski, ho ripreso a scrivere versi, dopo quattordici anni di black out. Tra i componimenti più recenti ho scelto questo. A venerdì prossimo.

io-io-io-io

la gente non vede nulla,
non nota nulla,
viaggia con la testa china
sul suo ombelico,
avvolta dalle fitte nebbie
di pensieri ricorrenti
inutili
negativi
vendicativi
rancorosi.

siete una mitragliata
di insulsi
io
io
io
io.

ne ho le scatole piene
di venire assalito
dai vostri aliti puzzolenti
dalle vostre ascelle sudate
dal vostro tono di voce stridulo e pungente
dai bla-bla
che servono solo a sfogare
le vostre frustrazioni,
a convincervi che siete
i più sfigati del mondo,
flagellati da dio,
senza speranza.

non mi interessa niente
della pomata sul vostro foruncolo
dei vostri occhiali rotti
delle vostre gocce di ansiolitico
delle ristrutturazioni delle vostre case
della vostra vecchia bici con la catena penzolante
delle scappatelle di vostra moglie
dei capricci di vostro figlio
del cibo andato a male nel vostro frigorifero.

dopo un po’
faccio di tutto
per farvi capire
che non ne posso più:
guardo per aria,
giochicchio con il cellulare,
avvolgo
srotolo
avvolgo
srotolo il filo dell’auricolare,
guadagno a piccoli passi la porta.

potrei aver avuto una giornata pesante
e aver voglia di una doccia bollente
di una cena calda
di un letto morbido.
ma esistete solo voi.

io potrei essere un fantoccio
uno specchio
un muro,
nessuna differenza.

il mio volto urla
implora
invoca
silenzio e pace,
vi chiede di lasciarmi stare
perché se è il momento giusto per voi,
non lo è per me.

ma voi niente,
non capite nulla
non vedete nulla
non sentite nulla.

potrei esporre un cartello
con su scritto
“zitto scemo!”,
ma voi continuereste imperterriti
come treni lanciati
a folle velocità
verso la solitudine
del vostro io.

ero a casa sua
e un insegnante
di inglese che aveva viaggiato e
lavorato in tutto il mondo
mi chiese a bruciapelo:
«senza voltarti,
dimmi cosa c’è
sulla mensola
alle tue spalle».
non capii
il perché di quella
strana domanda.
avevo 16 anni.

ora capisco.
fu una lezione
più importante
della lettura di Byron e Shelley.

affinati sui piccoli dettagli
che ti circondano,
nota tutto,
sii una calamita curiosa,
una spugna attenta e vispa.

e mia madre,
santa donna,
un giorno mi
portò da un venditore di scarpe che
l’aveva fregata.
davanti alla porta del negozio
mi guardò in modo serio e
mi disse:
guardalo bene in faccia
e impara a riconoscere
un farabutto.
avevo 12 anni.

se volete essere ascoltati
chiedete il permesso,
se volete comprensione
offritela per primi,
se volete suggerimenti
sappiateli dispensare.

aprite occhi e orecchie
e puntatele sul vostro interlocutore,
leggete il contesto
cogliete i segnali.
altrimenti le persone che vi stanno intorno
voleranno via tutti assieme
come i colombi di piazza san marco
al primo battito di mani,
e non capirete neppure il perché.

mi piace ascoltare
mi piace rendermi utile
anche solo con una pacca sulla spalla.

ma ad una condizione:
rispettatemi.

Cecina, 23 agosto 2017

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