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CURIOSANDO SI CRESCE – Ieri sera, mentre giravo tra le corsie del supermercato, mi sono imbattuto in un espositore di romanzi gialli dalle copertine vivacissime. Diversi i titoli, unica la collana, medesimo l’autore. La collana si chiama “Scuola media”, il che rende evidente il target, cioè i ragazzi tra gli undici e i tredici anni. Lo scrittore è l’americano James Patterson che – scoprirò su internet più tardi – è uno dei più importanti e ricchi autori di thriller del mondo, noto a livello internazionale a partire dal 1993 con la pubblicazione di Ricorda Maggie Rose. Buono a sapersi…

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A lasciarmi di stucco sono stati due dei numerosi titoli proposti. Il primo: La mia solita sfortuna. Il secondo: Gli anni peggiori della mia vita

Ora, sia detto a scanso di equivoci: onore alla casa editrice Salani che dedica un’intera collana ai ragazzi, con il sicuro e nobile intento di avvicinarli alla lettura. E Dio solo sa quanto bisogno hanno i giovanissimi di oggi di leggere, tutti presi da cellulari e tablet… Al tempo stesso mi domando: perché usare due parole così negative come “sfortuna” e “peggiori”?

Già Aristotele aveva attribuito alle parole il potere di rappresentare la struttura superficiale dell’individuo, riflesso diretto della struttura più profonda, rappresentata invece dalle convinzioni.

Il rischio che intravedo in quelle copertine è di minare la fiducia di una fascia di età che più di ogni altra ha bisogno di credere in se stessa e nella vita, e affrontare le sfide con determinazione, nutrendo aspettative e sogni al di là del fato o dei luoghi comuni. Fosse per me – senza nulla togliere al valore letterario dell’opera – modificherei i due titoli in questione, trasformandoli in messaggi positivi. 

Tanto mi lascia perplesso il modo di presentare i romanzi di Patterson, quanto apprezzo le conclusioni di una ricerca condotta da Carol Dweck (Stanford University) e Veronika Job (Università di Zurigo), di cui dà conto il numero di marzo di Focus. Secondo le due studiose a fare la differenza nel superare o meno le prove più impegnative del vivere quotidiano – anche laddove le condizioni oggettive siano difficili – è quel particolare atteggiamento mentale che considera la forza di volontà una risorsa infinita. Ergo, se penso di essere sfigato è come se mi autolimitassi in partenza, sottraendo cavalli al motore della mia auto prima ancora di cominciare la gara. Che senso ha…? Nessuno! Specie se so di poter aumentare le probabilità di farcela nutrendo dapprincipio pensieri di fiducia. 

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Altroché “sfortuna” e “peggiori”! I ragazzi (e non solo loro) vanno spinti utilizzando un’energia ben diversa, estratta dall’inesauribile pozzo della forza di volontà e dell’autodisciplina.

Vogliamo un esempio vincente, di chi non si arrende mai e ce la fa? Carol Dweck indica i bambini piccoli: «Sono forza di volontà pura: devono imparare a camminare e a parlare, due obiettivi più difficili di qualunque altro nella vita, eppure cadono, si rialzano. Non mollano, e alla fine ci riescono».

Ecco di seguito tre strategie vincenti per rinforzare la determinazione e la forza di volontà nei più giovani.

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Buon fine settimana, amici miei.

Ad maiora!