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Fino ad una settimana esatta fa le nostre pagine Facebook (la mia e la vostra) sono state invase da una marea di annunci a pagamento di candidati al Parlamento. Una rincorsa a perdifiato di innumerevoli “Vota Antonio” di antica memoria in chiave 4.0.

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Tra i tanti slogan che un tempo avremmo letto sui manifesti elettorali giganti e che oggi invece irrompono miniaturizzati nel nostro telefonino, uno in particolare mi ha fatto riflettere. Non svelerò il nome del politico in questione, in quanto si tratta di una persona che stimo molto, non foss’altro perché è stato un mio professore universitario (all’esame mi diede 28/30) e perché ritengo essere tecnicamente e culturalmente attrezzato a ricoprire il ruolo di deputato. Le mie considerazioni non devono servire a colpire lui, ma voglio facciano riflettere voi in ottica kaizen, miglioramento continuo. 

Da migliorare, in questo caso, è l’abilità del neo Onorevole nel formulare slogan capaci di sfruttare le regole della comunicazione efficace, a cominciare da quella che suggerisce di formulare gli obiettivi in positivo e non in negativo. Sentite la differenza tra «Non voglio ingrassare» e «Voglio dimagrire per tornare ad indossare i vestiti di quando avevo vent’anni». Oppure tra «Non voglio più fumare» e «Voglio avere fiato e resistenza per tornare a correre al parco tutti i giorni e migliorare il mio benessere». Oppure ancora tra «Non rovesciare il bicchiere», detto al bambino, e «Tieni il bicchiere stretto tra le mani». Oppure, infine, tra «Non cambiate canale durante la pubblicità», detto dal conduttore televisivo, e «Torniamo dopo la pubblicità, state con noi».

La regola vuole dunque che si esprima ciò che si desidera ottenere, non ciò che si rifiuta. Il nostro cervello è uno strumento molto efficiente, ma talvolta limitato: non distingue tra pensiero e realtà fisica, e non fa differenze tra giusto e sbagliato. La sua funzione è quella di eseguire le istruzioni: più saranno positive le situazioni, più positivi saranno i risultati ottenuti. Perché dare un input negativo (in questo caso agli elettori), con il rischio che resti impresso (in noi e negli altri) solo qualcosa da cui fuggire? Molto meglio un messaggio positivo, qualcosa verso cui tendere, che peraltro stimoli le risorse necessarie per raggiungerlo. 

Ebbene, a questo punto vi chiedo di leggere il dettaglio del manifesto elettorale che vi riporto di seguito.

Manifesto dettaglio

 

Domanda: perché legare la propria immagine pubblica a concetti che si vogliono evitare, come “dividere” e “indietro”? Senza contare che sono pure sottolineati in rosso! La gente è distratta, legge gli slogan alla fermata del pullman, in metropolitana, ferma al semaforo, valuta in pochissimi istanti se sorridi o hai un’espressione del volto seria ai limiti del respingimento, e si fa guidare dall’inconscio quando si trova nel chiuso della cabina elettorale… Perché le migliori menti che si mettono al servizio della collettività, con un impegno politico di altissimo livello che implica sacrificio e dedizione, non coniugano allo spessore e alla sostanza anche la cura di questi piccoli dettagli che possono migliorare ancora il risultato finale? Perché non si affidano a chi queste cose le conosce e può aiutarli? 

Ora, carta e penna alla mano, vi chiedo di riformulare tali due slogan in chiave positiva. 

Tenetene conto, d’ora in avanti, ogni volta che formulate un obiettivo: volete solo scappare da qualcosa, oppure desiderate anche raggiungere una nuova meta? Come scegliete di comunicare con voi stessi e con gli altri?

Perché non è il cosa dite, ma il come lo dite a fare la differenza. 

A questo punto cari amici vi auguro un ottimo fine settimana. Al prossimo venerdì, con nuovi spunti di riflessione. 

Ad maiora!

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