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La settimana scorsa ha chiuso la libreria dell’usato più grande di Torino. Era in corso Siccardi, a due passi da piazza Arbarello. Ognuno di noi ha acquistato almeno un libro sotto quell’immensa tettoia verde piena di “perle di carta”, altrove introvabili. Per questo siamo tutti dispiaciuti. Ma del dispiacere non ce ne facciamo nulla e neppure delle spiegazioni tecnico-amministrative di carattere oggettivo (tassa per l’occupazione del suolo pubblico molto cara). Vogliamo capirne di più, vogliamo cioè vedere la questione da un punto di vista non convenzionale. Perché, dunque, ha chiuso quello specifico mercatone? I due gestori storici erano (e sono) due gran brave persone, con anni di esperienza e competenza. Chi li ha conosciuti, tuttavia, non può non aver percepito una certa ruvidità di carattere, lato che – secondo noi – ha inciso nel determinare l’epilogo della loro attività. Bastava un’occhiata, anche in tempi non sospetti, per capire che qualcosa del loro comportamento urtava un po’ il cliente: sorrisi pochi, sguardi spesso corrucciati, assistenza con il contagocce, informazioni cavate a forza con le pinze.

libri siccardi

Certo, se una cosa la vuoi a tutti i costi te ne infischi del contorno. Ma come la mettiamo con i passanti distratti, magari in attesa del pullman o con cinque minuti liberi in pausa pranzo che decidono di curiosare tra i tuoi scaffali? Uno ti chiede un’informazione e tu rispondi a denti stretti. L’altro ha un dubbio su un titolo e tu ti mostri infastidito nel dargli la spiegazione. Un altro ancora ti cerca con lo sguardo perché si sente smarrito in mezzo a tanti volumi e tu fai finta di nulla (o neppure lo noti). Cosa accade, dunque? Semplice: finisce che i potenziali clienti non si sentono a loro mio agio e la prossima volta non mettono più piede nel tuo negozio.

Direte: eh, vabbè, ma sono questioni quasi irrilevanti! Vero, ma oggigiorno chi ha a che fare con i clienti, vince se cura proprio quel quasi

Chi finora ha acquistato il mio corso di comunicazione efficace aziendale e chi, pur ascoltando e valutando la mia proposta, non lo ha fatto, ha deciso sulla base di quel quasi, il cui fondamento attiene alla fiducia nei miei confronti. E come si costruisce, tra il resto, la fiducia? Curando il rapporto umano con il cliente, al di là della bontà del prodotto.

Per tornare alla libreria, noi diamo questa spiegazione (non è una critica, per carità, è solo una constatazione filtrata attraverso la nostra esperienza): ci sarà la crisi del libro, ci sarà la crisi dell’usato, ci saranno i costi sempre più alti per far fronte all’occupazione del suolo pubblico, tutto vero, e c’è anche (temiamo) un certo calo del numero dei clienti, mai davvero incoraggiati con metodi moderni a fare compere in corso Siccardi.

Ci spiace, e al tempo stesso capiamo il perché…

Okkio, quindi, amici: vendere è un’arte, che tuttavia (ecco la buona notizia) si può imparare e affinare a suon di sani fallimenti (nostri e/o altrui)…

Buon w.e.!

Ad maiora!

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