CURIOSANDO SI CRESCE – Lo abbiamo promesso la settimana scorsa, ed eccoci qui a trattare ancora una volta il tema dell’ascolto. Per quanto ne parleremo, non ne parleremo mai abbastanza, data la sua centralità per comunicare efficacemente.“Abbiamo smesso di ascoltare?”, si chiedeva provocatoriamente la copertina del settimanale “7” di giovedì 14 giugno. La nostra risposta è SÌ…! Tuttavia, siamo ottimisti e continuiamo a nutrire fiducia nel potere della consapevolezza: più facciamo luce su aspetti che ignoriamo in buona fede, più prendiamo coscienza delle conseguenze su di noi e sugli altri di un certo modo di comportarci, e più ampliamo le possibilità di migliorarci. 

Partiamo da questo ideogramma giapponese, che significa “ascoltare”. Osservatelo bene.

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È formato dall’unione di altri tre ideogrammi: quello di orecchio, occhio e cuore.
Ergo? L’ascolto per essere completo ha bisogno di udito e anche di occhi che osservano attentamente e di cuore sensibile che coglie le emozioni dell’interlocutore. Aggiungo un quarto e un quinto elemento: umiltà e coraggio, utili per abbassare la tendenza (mania?) di guardarci l’ombelico, che ci spinge a parlare a macchinetta dei cavolacci nostri, senza quasi renderci conto se davanti abbiamo una persona o un muro. 

Mercoledì sono stato a Venezia per il corso “Lo Sportello che Sorride”. Al personale dello sportello della facoltà di Architettura ho proposto, tra gli altri, un esercizio a coppie proprio sull’ascolto attivo. L’obiettivo era di percepire lo stato d’animo altrui. Risultato? Magia… A dimostrazione che l’ascolto a 360 gradi – con l’attenzione della persona in ascolto concentrata totalmente su chi sta parlando – permette di leggere (anche piuttosto facilmente) i sentimenti dell’altro come se si trattasse di un libro aperto. A tutto vantaggio del rapporto umano, che si rinforza e si apre alla collaborazione. E se pensate a quanto è indispensabile la collaborazione in ambito lavorativo avete fatto bingo! 

Il magazine del Corriere della Sera riporta, al proposito, la storia di Bella Bathurst, giornalista inglese che per dodici anni ha perso l’udito, ritrovato recentemente grazie ad un’apparecchiatura altamente tecnologica. La Bathurst ha appena dato alle stampe un libro (“Rumore”, edito dalla Utet), in cui spiega cosa le hanno insegnato gli anni della sordità: «Sei costretto a potenziare gli altri sensi. La vista per prima. Osservando le persone mi sono resa conto del grande potere dell’attenzione: quando capiscono di avere quella piena degli altri, cambiano. Si aprono alle confidenze. Rallentano i movimenti e il linguaggio. Il loro corpo è meno in tensione. Diventano persino più divertenti e collaborativi». Avete letto bene: “collaborativi”…

Giochiamo in casa: parliamo di Pubblica Amministrazione. Marianella Sclavi, docente di etnografia urbana al Politecnico di Milano, è da tempo impegnata a portare l’arte dell’ascolto nei processi partecipativi. In Francia, ad esempio, tale arte è stata addirittura mutuata in una legge, secondo cui i grandi investimenti devono necessariamente passare attraverso l’ascolto delle parti sociali. Per portare nel processo decisionale tutte le voci divergenti, dunque, è fondamentale che ciascuno faccia un passo verso l’altro, abbandoni la logica di patrocinio (io vinco, tu perdi) e osservi per un attimo il tema al centro della discussione dal punto di vista dell’interlocutore, con curiosità e umiltà.

E nella vita di tutti i giorni? Guardate che è più facile a farsi che a dirsi: quando parliamo con qualcuno evitiamo di interromperlo e mitragliarlo con una sventagliata di io-io-io. Poniamo piuttosto domande aperte e mirate a conoscere nuovi particolari del suo racconto. Provare per credere: i risultati della relazione umana saranno facilmente riconoscibili e di vantaggio per tutti. Perché a vivere in un mondo dove ci si capisce di più significa abbassare il conflitto e dunque il malessere…

Chiudiamo con una citazione eccezionale. È di Henry David Thoreau, filosofo, scrittore e poeta statunitense (1817 – 1862): «Il complimento più grande che mi è stato fatto fu quando uno mi chiese cosa ne pensassi, ed attese la mia risposta».

Buon w.e. a tutti, a venerdì prossimo.

Ad maiora!

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