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CURIOSANDO SI CRESCE – Ok, direte voi, cosa vuoi che interessi ai parigini Italo Calvino… Con un nome così, poi! Eh no, amici miei, Calvino ai francesi – e più in particolare ai parigini – interessa molto, eccome. Non solo perché sugli scaffali delle più prestigiose librerie della capitale transalpina (come in quelle di tutto il mondo, del resto) i romanzi dello scrittore nato nel 1923 a Cuba sono ancora presenti e ben visibili, ma anche perché Calvino all’ombra della torre Eiffel visse per ben tredici anni, dal 1967 al 1980. «A Parigi ho la mia casa di campagna», era solito ripetere, dimostrando per la Ville Lumière un affetto secondo solo a San Remo, città in cui trascorse l’infanzia e la giovinezza, prima di trasferirsi a Torino. Affetto ripagato. Non a caso nel 1960, a tre anni dall’uscita de “Il barone rampante”, la tivù francese lo trattò con il rispetto riservato ai grandi, ospitandolo nei suoi studi per intervistarlo (video sotto). 

Dunque, Calvino e Parigi.

Partiamo da questo rapporto intenso, intimo, fecondo. Dobbiamo infatti ricordare che fu a Parigi che Calvino trovò l’ispirazione per scrivere alcuni tra i suoi romanzi più famosi, da “Le città invisibili” a “Il castello dei destini incrociati”.

A Parigi Calvino ha vissuto in Square de Châtillon n. 12, una viuzza a fondo chiuso nel 14° arrondissement, a pochi passi dal capolinea della linea viola della metropolitana, la numero 4.

Si tratta di una casa semi indipendente di tre piani fuori terra. Lo studio dello scrittore era all’ultimo, neppure troppo ampio, direi, molto simile a quello che Alessandro Galante Garrone aveva in via Grattoni a Torino. Le pareti erano tappezzate di libri, qualche acquarello qua e là, la macchina da scrivere. Tre le scrivanie, ognuna delle quali era dedicata ad un progetto diverso che Calvino portava avanti contemporaneamente. Come so queste cose? Perché ho letto i libri di Calvino e su Calvino e poi perché ho visto e rivisto un’intervista del 1974, scaricabile da Youtube e che per vostra comodità riporto di seguito. E’ realizzata da Nereo Rapetti proprio nella residenza parigina dello scrittore.

Arriviamo al sodo. 

Quest’estate, come in quella del 2017, sono stato a Parigi. Oltre ai luoghi imprescindibili nel percorso a zig-zag del turista per caso (Louvre, Arco di Trionfo, torre Eiffel) quest’anno ho voluto allontanarmi dalle masse casinare e immergermi nella Parigi più quotidiana della periferia per vedere, almeno da fuori, la casa di Calvino e respirarne l’atmosfera. Ebbene, amici, per un imperituro sentimentale come me è stato come ricevere uno schiaffo in pieno volto. Guardate voi stessi le foto che riporto nella pagina: la casa pare disabitata da tempo, la vegetazione è libera di crescere e seccare dopo essersi aggrovigliata alle ringhiere dei balconi, dando una sensazione di tristezza e abbandono. Ora, io non so se l’immobile è ancora proprietà dei Calvino, di Giovanna in particolare, la figlia, che vive a New York. Ma una cosa non può e non deve accadere: che quei muri vengano lasciati marcire dopo aver ispirato uno degli scrittori più noti e apprezzati in tutto il mondo. 

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Ed ecco la proposta, che rivolgo direttamente alla Sindaca di Parigi: sia il Municipio a rintracciare il proprietario e ad acquistare la villetta, per trasformarla subito dopo in “Museo Calvino“. Se ne interessi direttamente la prima cittadina Anne HidalgoSe invece la proprietaria è la figlia Giovanna – che peraltro ha da poco perso la mamma, Esther Judith Singer Calvino – ebbene, rivolgo a lei l’appello affinché la doni alla comunità parigina, con il vincolo di destinarla a museo.

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Del resto sono numerose le case-museo, cioè abitazioni di intellettuali e artisti adibite a museo dopo la loro scomparsa. Penso, ad esempio alla villa di Alberto Sordi, prima abbandonata e rinata nel 2015 grazie all’impegno dell’attore Carlo Verdone. Penso al “Museo Casa Pascoli” , nel cuore della Romagna. Penso a “Villa Verdi“, a Sant’Agata di Villanova sull’Arda, residenza del maestro Giuseppe Verdi. Oppure, per restare a Parigi, penso al “Museo Nazionale Eugène Delacroix“, situato in Rue Furstenberg 6, interamente dedicato al pittore dal 1971. E anche ai musei che portano i nomi di Pablo Picasso e Marie Curie. In questi due ultimi casi, peraltro, emerge l’anima aperta e cosmopolita di Parigi, capace di ospitare e valorizzare personalità più raffinate non necessariamente francesi, a dispetto dello spiccato nazionalismo transalpino.

Certo, direte voi, non tutti gli appartamenti dei grandi del pensiero possono essere trasformati in museo: l’abitazione di Calvino a Torino, all’angolo tra via Santa Giulia e via Napione, non lo è, tanto per cominciare. Come non lo è la casa di Montale in via Bigli a Milano, e neppure la casa di Bobbio in via Sacchi a Torino, o, per tornare a Parigi, la casa in cui il regista François Truffaut trascorse la disagiata infanzia, in rue Navarin, angolo rue Monnier. Vero, ma nel caso della casa di Calvino a Parigi è diverso: non si è trattato per lui di un luogo di passaggio, ma di una fonte privilegiata di ispirazione creativa, un simbolo quasi magico, in una città magica, da cui sono sgorgate opere apprezzate da milioni di lettori, e che siamo convinti possa ora rappresentare una fonte di ispirazione per i suoi ammiratori. Una comunità sensibile alla cultura come quella parigina deve, per coerenza con il suo DNA, avere la forza di recuperare il civico 12 di Square de Châtillon. 

Gli appassionati di scrittori, attori, registi, poeti, filosofi, politici e condottieri del passato si raccolgono sulle loro tombe per trovare concentrazione e illuminazione. Figurarsi se invece di una fredda e grigia lapide parliamo di quello che è stato il loro focolare. 

Nel mio folle progetto chiederò l’aiuto di Alberto Sinigaglia, presidente del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, e di Ernesto Ferrero, ex direttore editoriale del Salone Internazionale del Libro di Torino, che ha lavorato con Calvino all’Einaudi. E chiederò l’aiuto anche dei giornali, per far arrivare il messaggio alla Prima Cittadina di Parigi e alla figlia Giovanna: nasca la “Casa-Museo Italo Calvino“!

Ad maiora!

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