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CURIOSANDO SI CRESCE – L’attore Antonio Banderas mi è sempre stato antipatico. Non parliamo di quando pubblicizzava le merendine del Mulino Bianco in tivù! Ma come è possibile ingaggiare uno che ha sempre fatto film macabro-violenti per reclamizzare un prodotto che vuole trasmettere valori opposti?, mi chiedevo sbigottito. Poi ho letto un’intervista a Banderas e ho cominciato a ricredermi. Fino a quando, ieri sera, ho visto il suo primo film da regista, “Pazzi in Alabama” e ho completamente cambiato idea sul suo conto. D’accordo, il film è del 1999 e dunque arrivo con 20 anni di ritardo a rivedere il giudizio sul personaggio, ma meglio tardi che mai… Ora non lo associo più ad un losco figuro, ombroso, grigio, un po’ matto, ma ad un cineasta, o meglio, prima di tutto ad una persona, che ha realizzato i suoi sogni non senza pagare un prezzo altissimo.

Se non avessi letto l’intervista e non avessi guardato il film probabilmente sarei rimasto fermo alla prima impressione.

Grazie all’intervista, invece, ho scoperto un uomo che dopo l’infarto di due anni fa ha completamente cambiato ritmi di vita, concedendosi tempo per la meditazione e la preghiera. E ho scoperto anche un artista che per realizzare i film che aveva in mente da tempo ha preso la decisione di produrseli da sé, dopo aver bussato invano a tante porte.

E caspita che bella la sua visione di cinema! In “Pazzi in Alabama” affronta temi delicati come la libertà e la discriminazione razziale, e lo fa con serietà e ironia insieme (ironia merito dell’allora moglie di Banderas, Melanie Griffith). Il risultato è una pellicola intelligente e godibilissima, piena di suspence e numerosi spunti di riflessione. Insomma, nulla a che vedere con il soggetto spietato e incapace di ridere che quell’enigma (per me, ancora…) di Almodovar ne aveva fatto negli anni.

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Senza contare che nel film ci voglio leggere anche un messaggio molto profondo, che tocca l’inconscio collettivo e che richiama un’altra pellicola con ambizioni simili, La rosa purpurea del Cairo, di Woody Allen («Vai, vai, cara mogliettina, illuditi pure di fuggire da me, tanto poi alla fine sempre qui torni!!!»).

Non mi sembra che nel suo sbrigativo giudizio il “Dizionario del cinema Mereghetti” ne tenga conto. Si tratta di questo. La protagonista femminile, dopo aver ucciso il marito violento e avergli mozzato la testa, fugge a Hollywood in cerca di fortuna. Ma l’impasto di sensi di colpa e vincoli con il passato la “costringeranno” a portarsi dietro la testa del marito, sistemata con cura in un’elegante cappelliera. Il marito è morto, ma la sua testa continuerà a parlare alla donna, dicendole le identiche frasi demolitive che l’uomo in vita era solito pronunciare al suo indirizzo, le stesse che l’hanno spinta ad ucciderlo, ma di cui non riuscirà (almeno all’inizio della sua nuova vita) a liberarsi.

Ergo: certe equazioni che la nostra mente crea in automatico, dopo anni di martellamento familiare e sociale (esempio: non ce la farai mai, il lavoro è solo fatica, in ufficio non ci sono amici…) sono così radicate in noi che per portarle a galla e riformularle ci vogliono più elementi, quali consapevolezza, volontà, strumenti di carattere pratico e aiuto esterno.

Oltre a questo regalo, Banderas ieri ci ha offerto una lezione di vita preziosa: va bene farsi un’idea di chi abbiamo davanti nei primi 4 secondi (è questo, infatti, il tempo impiegato dal nostro inconscio per inquadrare una persona incontrata per la prima volta), ma poi non fermiamoci lì: il suggerimento è di essere curiosi, di raccogliere ulteriori elementi, di essere disposti a riformulare le impressioni iniziali. E se al termine di questa fase critica le confermeremo, benissimo, almeno sapremo che ci siamo concessi il beneficio del dubbio. Perché il giudizio dei primi 4 secondi se è troppo netto rischia di far nascere il pregiudizio. Ma il pregiudizio, specie nei luoghi di lavoro, e specie se mai messo in discussione, è moooolto pericoloso…

Amici, buon w.e.

Ad maiora!