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CURIOSANDO SI CRESCE – La citazione che apre la riflessione di questa settimana è di Rainer Maria Rilke (1875 – 1926), scrittore, poeta e drammaturgo austriaco. Divenne famosa dal giorno in cui – correva l’anno 1997 – venne utilizzata come sfondo durante i lavori del congresso di un partito politico italiano, all’epoca al governo del Paese. Ma non è di politica che vogliamo parlare oggi, bensì di futuro e di passato, e anche delle conseguenze che corriamo se non ci adattiamo rapidamente ai tempi che cambiano (complice la tecnologia). 

Dunque, partiamo da un caso concreto per eleggerlo a simbolo del passato, ormai irripetibile. Il mio medico di base, brevissima persona, nonché professionista competente, sta per andare in pensione e con lui, ci auguriamo tutti, anche il suo modello organizzativo.

Cioè?

Primo: non ha una segretaria e in studio c’è solo lui. E vabbè, fin qui ci può stare. Del resto le segretarie costano e nessuno può obbligarlo ad assumerne una.

Secondo: per una visita i tempi di attesa sono di circa, tenetevi…, due ore e mezza/tre ore. Tutti malati gravi, i suoi pazienti? Non crediamo proprio. Il fatto è che il medico si lascia travolgere dalle chiacchiere degli assistiti e non sa porre un freno alla loro curiosità e prolissità. Ora, non dico di fare visite di 8 secondi, cronometro alla mano, come Alberto Sordi ne “Il medico della mutua“, ma neppure di un quarto d’ora a cranio.

il medico-della-mutua

Terzo: dati i tempi di attesa si deduce che non esiste un servizio di prenotazione. Un giorno puoi avere 15 persone in attesa, un altro 10, un altro ancora 5 (raro). Come va, va… Così, ad muzzum

Quarto: per le ricette il trigo funziona così. Tu esci di casa, vai in studio negli orari in cui è aperto e lasci in una rastrelliera la richiesta scritta a penna su un pezzo di carta. Il giorno successivo ripassi, chiedi cortesemente che ti lascino infilare tra un paziente e l’altro e – se ne esci vivo – il dottore scartabella una pila altissima di carte e ti allunga l’agognata ricetta. 

No, no amici, un siffatto modello – ammesso andasse bene trenta, quarant’anni fa – è di un disfunzionale da paura. Se penso all’ospedale Mauriziano di Torino, dove un tempo dovevi sorbirti code di un’ora per ritirare gli esiti delle analisi del sangue, mentre ora queste ti arrivano direttamente sul cellulare, via posta elettronica, allora sì che percepisco di essere nell’era digitale. Continuare a resistere ai tempi che cambiano non serve a nulla e crea un danno a tutti. 

Pensate che bello: la ricetta medica la richiedi con un WhatsApp e ti arriva via email. Poi ti rechi in farmacia, inoltri il messaggio, che ti accettano in pdf. Ora, che il mio medico sia rimasto agli anni Settanta ci interessa fino ad un certo punto.

L’insegnamento per noi è di fare di tutto, nella vita privata e soprattutto lavorativa (specie se ti chiami Pubblica Amministrazione…), per rendere più easy la vita quotidiana, anche sfruttando sapientemente gli strumenti che i tempi moderni ci mettono a disposizione. La frasetta da ripetersi mentalmente non è “abbiamo sempre fatto così”. Piuttosto la domanda da porsi è: c’è un modo per fare la stessa cosa risparmiando tempo e fatica? La tecnologia può aiutarmi? 

Quando lo intervistai, nel dicembre del 2000, Indro Montanelli mi raccontò che quando iniziò ad usare la macchia da scrivere e abbandonò la penna, molti dei suoi colleghi al Corriere della Sera gli tolsero il saluto. Bene, siamo alle soglie del 2020 e se anche doveste battagliare contro i mulini a vento, demolire cariatidi qua e là e rinunciare a qualche saluto in favore della Dea “Semplificazione”, fatelo senza indugio. Benefici alla salute fisica e mentale assicurati. Fuor di metafora…

Buon w.e.

Ad maiora!