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CURIOSANDO SI CRESCE – C’è una bella storia che gira nel mondo della formazione, nata traendo spunto da un fenomeno naturale, cioè la nascita delle farfalle. Viene spesso citata anche al cinema, tant’è che la prima volta l’abbiamo sentita pronunciare da un personaggio de “Le strade di San Francisco” *. Ve la ricordate la serie tivù degli anni Settanta, con Karl Malden e un giovanissimo Michael Douglas? Precisamente…

Dice più o meno così. C’è un viandante che un mattino d’estate si aggira in un bosco e scorge due bozzoli di farfalla pronti a schiudersi. Si ferma e, incuriosito, osserva la scena. Il primo bozzolo comincia a muoversi e ad un certo punto ne esce l’estremità superiore di un’ala. Dopo diversi minuti di quell’ala ne spunta fuori appena la metà. Poi un altro pezzetto e un altro pezzetto ancora. Molto lentamente. Passano interminabili minuti e finalmente tutta la farfalla è completamente uscita dalla sua vecchia casa, pronta per spiccare il volo e affrontare la vita. A questo punto tocca al secondo bozzolo. Il viandante, dopo aver osservato la sofferenza della prima, decide di agevolare il compito della seconda farfalla. Così estrae un coltellino dallo zaino, lacera il bozzolo, avendo cura di non danneggiare l’insetto, e attende che voli via. Ma sapete cosa accade? Che la farfalla esce dal bozzolo, sì, ma subito dopo cade a terra priva di energia: lo sforzo che madre natura impone a questi esseri viventi al momento della nascita è studiato apposta per irrobustire la struttura e renderla adeguata al volo. Senza lo sforzo iniziale la farfalla è condannata ad una morte sicura. Insomma, amici, il messaggio è chiaro: certe difficoltà non solo sono utili, ma estremamente necessarie per prepararsi alla vita. 

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La storia del viandante e della farfalla ci è tornata in mente quando lunedì scorso, sullo scaffale di una libreria, abbiamo scorto “Elogio della fatica – Vincere senza segreti”, di Matteo Rampin. Lo abbiamo acquistato e, pur non avendolo ancora letto, possiamo già dire che il tema trattato è di estrema attualità, sia in ambito professionale che privato: senza lavorare sodo, senza impegnarsi seriamente, senza investire energie non si arriva da nessuna parte. Sembra logico, scontato, lineare. Non lo è, perché faticare significa sudare, insistere, rinunciare, ingegnarsi… 

Leggete le biografie di Steve Jobs e di Elon Musk, per citarne due tra i più noti, traete ispirazione dagli atleti di cui Rampin parla nel suo libro (ne aggiungiamo uno: l’alpinista Simone Moro), prendete spunto dagli inventori del passato, e alla fine ritrovate sempre lo stesso concetto: impegno, dedizione, generose manciate di passione, e i risultati arrivano. Eccome! Ma non c’è un’altra ricetta per avere risultati duraturi. 

Sapete come funziona, no? Quando fate luce su uno spicchio di conoscenza vi si apre automaticamente una finestra e per un po’ continuate a ricevere segnali che vanno tutti in una direzione. Ebbene, è ciò che sta accadendo a noi da qualche giorno. Infatti sono due sere di fila che scorgiamo il medesimo messaggio in due film assolutamente sconnessi fra loro. Guardate.

Il primo fotogramma è tratto da “Re per una notte”, di Martin Scorsese, con Robert De Niro, 1983: «Si può avere tutto quello che si vuole, purché se ne paghi il prezzo», dice De Niro alla sua fidanzata. Come a dire: volete raggiungere la vetta dell’Everest? Se si tratta di un obiettivo realistico per voi, allora impegnatevi, allenatevi, preparatevi, attrezzatevi e la raggiungerete. Non è matematico, ma è molto probabile che ce la facciate.

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Gli altri due fotogrammi sono tratti da “Gifted hands – Il dono”, del 2009: è la storia del neurochirurgo statunitense Ben Carson. Questa volta è la madre a parlare al figlio, ma l’essenza è la medesima.

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A questo punto sgombriamo il campo da un possibile equivoco: faticare, per come la vediamo noi, non significa buttare energie laddove esistono alternative più agevoli. Faticare non significa essere stupidi e ottusi. Se per raggiungere la nostra meta abbiamo due strade, di cui una tortuosa e l’altra diretta, è ovvio che scegliamo la seconda. Qui faticare – ed ecco l’utilità per noi – significa metterci l’intenzione nel fare le cose, quella determinazione che usa risorse mentali e fisiche e ci spinge in avanti sempre e comunque, al di là delle avversità contingenti. 

Quindi amici, mettiamoci il cuore in pace, scegliamo obiettivi capaci di accenderci (fossero anche micro obiettivi quotidiani), tiriamoci su le maniche e buttiamoci a capofitto. La cosa bella? Non solo la fatica sarà ripagata, ma perderà il connotato negativo, fino a non sembrare neppure più essere fatica… 

Buon fine settimana, a venerdì prossimo. 

Ad maiora!

«Basta che decidiate di impegnarvi. Allora vi succederanno cose meravigliose» Og Mandino, scrittore motivazionale

 Per i cultori delle serie poliziesche anni Settanta/Ottanta l’episodio in questione è “In nome di Dio”. 😉