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CURIOSANDO SI CRESCE – Ah, questa è buona amici… In settimana ci è capitato di assistere alla seguente scenetta in una Pubblica Amministrazione italiana (non il nostro ente), che fotografa in modo eccezionale cosa raccontiamo da anni ai corsi, proprio in tema di comunicazione efficace. Un caso emblematico, che possiamo eleggere a modello. Dunque, stiamo prendendo il caffè nel bar interno di un Comune e due colleghi stanno parlando di lavoro, tazzina bollente alla mano. Quindi abbiamo collega A e collega B. Poco dopo se ne aggiunge un terzo, collega C. Mentre i primi due continuano a parlare il terzo se ne sta lì in attesa del suo caffè, piuttosto in disparte.

Poi uno dei due, il collega B, gli rivolge la parola. Il discorso veleggia per qualche istante sul più e sul meno, fino a quando il collega B ha un guizzo di curiosità e domanda al collega C: «Senti, ma tu sei un podista, vero?». Gli occhi del collega C si illuminano: «Sì, da quando avevo 11 anni…». Parte un fitto dialogo tra i due, che finisce sull’organizzazione della maratona di New York, cui il collega C confessa di voler partecipare, prima o poi. Il collega B si entusiasma a sua volta e continua a fare domande, sempre più incalzanti, animato da autentico coinvolgimento. Il collega C va a nozze, felicissimo, e se potesse volerebbe dalla gioia: qualcuno finalmente lo ascolta e si mostra interessato alla sua passione…

Coaching Pubblica Amministrazione

All’appello manca qualcuno, vero…? Già, che fine ha fatto il collega A? Per tutto il tempo se ne sta zitto e muto, con lo sguardo assente e la gamba tremolante, come se avesse un tic nervoso, in evidente disagio. Il collega B fa di tutto per coinvolgerlo: lo cerca con il contatto visivo, di tanto in tanto volge il busto verso di lui, arriva perfino a sfiorarlo e a rivolgergli una domanda diretta. Ma nulla, il tizio è su un altro pianeta e non fa niente per nasconderlo. Fortuna che il collega C sia così preso da non accorgersi del poco interesse di A, perché è frustrante, sapete, raccontare di una tua passione e vedere un muro di indifferenza negli altri. 

Fatto è che dopo un po’ il collega A si spazientisce, interrompe i due in malo modo, prende e se ne va. 

Ora, amici, questi tre soggetti sono colleghi, neppure in un’organizzazione tanto grande, e ciò significa che prima o poi si troveranno a interagire per lavoro. Bene, ditemi: il collega C – al di là dei discorsi ampollosi sull’etica professionale, sul senso del dovere, bla, bla, bla – con chi sarà più portato a collaborare? Parliamo di istinto, di spontaneità, di sensazione a pelle. Allora? Ma è ovvio! Con il collega B! Perché fra loro si è aperta una strada, una via sul piano della conoscenza personale, cui sarà più facile costruirci su un buon rapporto anche in ambito professionale. 

Che il collega A fosse tenuto per forza a interessarsi a un tema a lui indifferente? Certo che no. Però sono bastati due minuti di conversazione molto ben giocati dal collega B (e molto mal spesi dal collega A) per determinare i rapporti fra loro, magari validi per tutta la vita lavorativa, con annessi e connessi (arrabbiature, screzi, frizioni…). 

Da quei due minuti al bar è passata l’essenza della comunicazione empatica, della comunicazione consapevole, insomma della buona comunicazione, che è sempre fatta di piccole cose, di sfumature quasi impercettibili, ma che invece hanno un impatto enorme. E’ avvenuto in una Pubblica Amministrazione italiana, può capitare ovunque. 

Teniamone conto…

Buona domenica, alla settimana prossima.

Ad maiora!
Coaching P.A.