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CURIOSANDO SI CRESCE – La nostra nuova attività ci permettere di entrare in contatto con personaggi singolari, dalla cui attenta osservazione riusciamo a portare a casa utili insegnamenti. Uno di questi lo vogliamo condividere con voi, oggi. Saremo volutamente vaghi, per non destare la suscettibilità di nessuno, ma molto chiari e precisi nel messaggio di fondo.

Pubblica amministrazione confusion

Dunque, qualche settimana fa abbiamo conosciuto un tizio, con un ruolo di responsabilità in un ente pubblico nazionale, con sede a Roma. A margine di un convegno che si è svolto a Torino gli abbiamo chiesto udienza per illustrargli le iniziative di COACHING P.A. Al bar abbiamo preso entrambi un caffè e quando ci siamo seduti dietro un tipico tavolino tondo in alluminio, il tizio in questione – per stare più comodo – ha cavato di tasca un mazzo pieno di chiavi, così incasinato da far impallidire quelli che nell’immaginario collettivo penzolano dalle saccocce dei secondini. Avete presente? 

Amici, credetemi, un guazzabuglio da cui solo lui sapeva districarsi (o almeno, questo ci auguriamo…). Il tutto buttato sul tavolino come ferraglia pesante e inutile. «Apriti Sesamo!», abbiamo esclamato sorpresi. Al che il tizio si è lanciato in un discorso contorto, a mo’ di giustificazione, di cui ci sono rimasti impressi solo alcuni spezzoni: «Casa della figlia… Ufficio… Armadietto… Cassettiera… Paura di perderle». 

Ora, senza scomodare i più evoluti modelli di auto che si aprono e chiudono con un click dal cellulare, temiamo che la descritta manifestazione di sé debba avere un qualche effetto nella vita del tizio in questione.

Ci spieghiamo meglio. Partiamo dal presupposto che ogni gesto esterno riflette il mondo interiore. Non è un caso che al nostro corso Sportello da Zero a Cento (dove illustriamo i tipici errori commessi da chi decide di allestire ex novo uno sportello polifunzionale) citiamo a più riprese la teoria delle finestre rotte di Zimbardo, poi ripresa dal Sindaco di New York Rudolph Giuliani. Secondo tale teoria – riletta in chiave sportello polifunzionale – un muro scrostato o una scrivania piena di cartacce induce il cittadino a essere più aggressivo con lo sportellista, in base a un ragionamento che suona così: «Se sei tu il primo a non rispettarti, perché dovrei farlo io…?». Chiusa parentesi. 

Ogni gesto esterno riflette il mondo interiore, dicevamo. Bene, ditemi: cosa trasmette un mazzo di chiavi di tale natura? Una cosa sola: confusione mentale. E allora la domanda successiva è: quale modello può rappresentare per i suoi collaboratori un capo con questa caratteristica? Lascio a voi la risposta. Che razza di team ne viene fuori? E quali risultati può raggiungere? 

diagramma flusso complicato pubblica amministrazione

Sarà perché veniamo da una città squadrata, Torino, con vie lineari che ricordano un campo militare, ma quando tocchiamo con mano la confusione non possiamo non provare un sottile senso di smarrimento. E dire che la soluzione ci sarebbe: utilizzando ad esempio gommini colorati e creando piccoli mazzi, uno per ciascun ambiente cui le chiavi danno accesso: un anello con le sole chiavi della casa della figlia, magari associato al colore rosa; un altro anello di colore blu per le chiavi dell’ufficio, e così via… 

Non crediamo si tratti di un caso isolato: e stiamo parlando non tanto dei mazzi di chiavi stile Alcatraz, quanto della confusione che regna nelle menti di chi occupa un ruolo di responsabilità negli ambienti di lavoro, Pubblica Amministrazione italiana compresa. 

E qui non possiamo non citare un episodio, di segno totalmente opposto, che ci è rimasto impresso dopo la lettura della biografia di Steve Jobs, e da cui c’è molto da imparare.

Eccolo. Jobs, pochi giorni dopo essere tornato in Apple (correva l’anno 1996), decise di tagliare modelli e prodotti. Ne eliminò il 70 per cento. La revisione rivelò quanto poco focalizzata fosse diventata la Apple. L’azienda sfornava molteplici versioni dello stesso prodotto per impeto burocratico e per soddisfare i capricci dei dettaglianti. La Apple aveva una decina di versioni del Macintosh, ciascuna connotata da una cifra di nessuna chiarezza, tra il 1400 e il 9600. «Ho cercato di farmelo spiegare per tre settimane» ricordò in seguito Jobs. «Ma non sono riuscito a capire.» Poi cominciò a porre una domanda molto più semplice: «Quali devo consigliare come acquisto ai miei amici?».

Dopo qualche settimana, Jobs ne ebbe abbastanza. «Stop!» gridò a un’importante riunione strategica sui prodotti. «È una follia.» Afferrò un pennarello, si avvicinò a grandi passi alla lavagna e tracciò una linea orizzontale e una verticale, dividendo lo spazio sottostante in quattro: «Ecco di cosa abbiamo bisogno» proseguì. A intestazione delle due colonne, scrisse «Consumatore» e «Professionale»; sulle due righe scrisse «Desktop» e «Portatile». Il loro compito, disse, era creare quattro grandi prodotti: uno per ciascun quadrante. «La stanza precipitò nel silenzio». 

La citazione è tratta da quel capolavoro dal titolo “Steve Jobs” di Walter Isaacson, Mondadori, 2011.

Sentito, amici? Una linea orizzontale e una verticale e quattro parole. Semplice, ma non semplicistico. Lineare, chiaro, pulito: so cosa voglio e per andare da A a B traccio una linea retta. Tutti concetti su cui i vertici della nostra cara P.A. hanno bisogno di essere formati, formati e formati. Non c’è nostro corso cui i partecipanti non esclamino irritati: «Dove sono i nostri responsabili?! Loro avrebbero bisogno più di noi di essere formati su questi temi!». E qui bisognerebbe scrivere almeno un altro post, indagando le strategie migliori per stimolare la curiosità degli apicali, senza urtare la loro suscettibilità, della serie: «Se vado al corso significa che sono scarso, e allora piuttosto faccio finta di nulla e tiro a campare…». E poi un altro post sul valore della flessibilità, perché avere idee chiare non significa essere rigidi e schematici. 

Se poi, tornando per un attimo all’episodio del mazzo di chiavi, vogliamo cogliere un insegnamento pratico, beh, è sufficiente osservare chi ci sta intorno (e osservarci…) e chiederci: le sue (nostre…) manifestazioni esteriori cosa comunicano del suo (nostro…) mondo interiore? Quando l’esercizio lo facciamo su di noi suggeriamo di aggiungere una seconda domanda: è coerente il messaggio che traspare di noi con le nostre convinzioni? Se la risposta è no, allora qualcosa da aggiustare c’è, perché il rischio incoerenza è dietro l’angolo…

In ogni caso, siamo convinti che il balzo in avanti sul fronte formazione nella P.A. sia doveroso e soprattutto possibile. Gli strumenti esistono, bisogna continuare a insistere. Noi abbiamo appena iniziato e ci crediamo! Avanti!

A domenica prossima.

Ad maiora!
COACHING P.A.