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CURIOSANDO SI CRESCE* – Partiamo da una domanda. Perché nell’immaginario collettivo mondiale il nostro popolo passa per allergico alle regole? Per rispondere tocca dimenticare i luoghi comuni e fare un bel passo indietro, risalendo alle origini di un fenomeno sociale che torna costantemente nella nostra storia patria: basti vedere, da ultimo, la fatica delle autorità per far rispettare il divieto di uscire di casa, causa Coronavirus.

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A rispondere all’interrogativo è il New York Times dell’8 marzo. Il quotidiano americano è ruvido e un po’ ci sbeffeggia pure, con un titolo che non lascia spazio al sorriso: «Il Governo italiano esorta i cittadini a rispettare le regole. Ma gli italiani sapranno rispettare le regole?». 

Poi però il NYT fa un passo avanti e fornisce al lettore una spiegazione, utile a rispondere non solo alla domanda da cui siamo partiti, ma anche a capire quanto conta l’imprinting nell’educazione di una persona, di un gruppo sociale, di un popolo. E siccome la consapevolezza è il punto di partenza di ogni percorso di crescita (individuale e collettivo), bene, mettiamo subito a fuoco il peccato originale per superarlo. Perché in effetti quello che dice il NYT un po’ vero lo è… 

L’articolista non si inventa nulla, ma – dimostrando di conoscerci piuttosto bene – cita un saggio scritto nel 1964 dal giornalista Luigi Barzini (1908 – 1984), “Gli italiani”, in cui la penna di “Corriere”, “Stampa” e “Messaggero” attribuisce il tratto della nostra furbizia all’abitudine dell’Italia di essere terra di conquista da parte degli odiati stranieri, da Napoleone agli Asburgo.

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Barzini fa questo ragionamento. Noi italiani, dato che in passato non potevano proteggere la nostra libertà nazionale sul campo di battaglia, abbiamo utilizzato altre armi, prima fra tutte la disobbedienza verso l’Autorità. E così le leggi, massima espressione dell’Autorità medesima, sono diventate il nostro bersaglio preferito, una sorta di male necessario, se non altro perché ci hanno regalato la gioia di non rispettarle. 

Illuminante. Si tratta di una caratteristica distintiva che ci portiamo appresso ancora oggi e che spiega l’endemica e strisciante avversione dei cittadini verso il potere pubblico (al netto della imperante e sempre fastidiosa burocrazia…). Attenzione, non stiamo parlando delle voci costruttivamente critiche, che rappresentano gli anticorpi di una Nazione nei confronti di eventuali atti di prepotenza. No, no, qui stiamo parlando del gesto di disobbedire per il puro piacere di disobbedire, di mettersi contro, di distinguersi.   

A questo punto, come ogni percorso di crescita che si rispetti, una volta presa consapevolezza dell’origine della criticità, bisogna rendersi conto anche della sua inattualità e inutilità. Da bambini piantavamo un ’48 se i nostri genitori non ci compravano un giocattolo visto in vetrina. Ma questo non ci legittima a comportarci allo stesso modo oggi che siamo adulti. 

Molto più articolato a livello collettivo, ma il principio è lo stesso. Questa nostra Italia deve crescere, amici, cominciando dal far luce sulle origini dei suoi difetti.

E arriviamo così al nocciolo della questione, che tocca il tema della coesione nazionale. I vantaggi dell’essere coesi nei momenti di difficoltà è uno degli insegnamenti dell’attuale emergenza sanitaria. Se una società non si compatta e non rispetta l’Autorità quando è più debole va semplicemente contro natura. Pensate ad un corpo umano ferito in un punto. Pensate anche semplicemente a un taglio accidentale mentre in cucina peliamo le patate. Cosa accade? Tutto l’organismo si mobilita: il dolore segnala il pericolo, un meccanismo azione-reazione ci fa interrompere l’attività dannosa, intervengono le piastrine per arginare l’emorragia, e così via…

Ieri siamo andati a rileggerci il “Libro dei Mutamenti”, ritenuto il primo dei testi classici cinesi, antecedente alla nascita dell’impero cinese, la cui edizione primigenia risale (pensate…) al X secolo a.C. Ad un certo punto ci siamo imbattuti in questo principio: “Intorbidire l’acqua per catturare i pesci”. Spiegazione: sfrutta i disordini intestini dell’avversario, traendo vantaggio dalla sua debolezza e assenza di direzione strategica.

E’ tempo di sbarazzarci dei vetusti tratti distintivi nazionali, rendendoli innocui e privi di ogni effetto sulla nostra vita collettiva attuale. E’ tempo, cioè, di “stringerci a coorte”, come scrisse Mameli nel nostro Inno, restare uniti e continuare a rispettare l’Autorità. Tutti.

E poi ci sarebbe da parlare anche di Europa… 

Viva l’Italia adulta (che non è necessariamente quella affacciata ai balconi)!

A domenica prossima. 

Ad maiora!
COACHING P.A. 

* Torneremo a trattare il tema delle assunzioni nella P.A. domenica prossima. Oggi, data l’emergenza sanitaria, ci è sembrato più urgente dare il nostro piccolo contributo con l’intervento che avete appena letto.