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CURIOSANDO SI CRESCE – Nel 2012 intervistammo un ex potentissimo della storia repubblicana. Lo intervistammo una sera di giugno durante una festa di partito. Ci preparammo con cura, redigemmo una quindicina di domande, molto articolate. Poi, come spesso accade in questi casi, gliene rivolgemmo la metà. Però a un certo punto riuscimmo a chiedergli la cosa per noi già allora più importante: «Presidente, come immagina l’Italia tra quindici o vent’anni? In quale Paese pensa che vivremo? Come facciamo a prepararci alle sfide del prossimo futuro?».

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L’ex potentissimo ci guardò quasi con compassione, fece un sorriso bonario e rispose di non riuscire a immaginare neppure l’indomani, figurarsi da lì a quindici, vent’anni… Restammo profondamente delusi. Da un personaggio di così alto profilo ci saremmo aspettati molto di più. Ma tant’è. Archiviammo l’intervista e anche la risposta striminzita alla nostra domanda più importante, e andammo avanti.

Sono passati quasi dieci anni e proprio in questi giorni l’episodio ci è tornato in mente. Anzi, per la precisione ci è tornato in mente giovedì pomeriggio, quando abbiamo ascoltato le parole di Vijay Govindarajan, ospite di un webinar organizzato dalla Harvard Business Publishing. Tema: quale leadership ai tempi del Covid-19?

Ora, amici, dovete sapere che Govindarajan è un personaggio molto autorevole a livello internazionale in materia di innovazioni strategiche e trasformazioni organizzative. Oltre a essere professore di International Business alla Tuck School, dirige il “Global Leadership 2020”, programma di formazione per dirigenti di tutto il mondo. Forbes l’ha definito uno dei cinque formatori in materia di strategia più importanti e rispettati. Diciamo che sa il fatto suo, che ne dite? Ebbene, giovedì pomeriggio Govindarajan, tra il resto, ha citato il romanzo Fiesta di Hemingway, nel punto in cui un amico chiede all’altro come andò che a un certo punto si ritrovò con il culo per terra e dichiarò bancarotta: «Andò in due modi» – rispose l’interessato – «gradualmente prima, improvvisamente poi».

A quel punto Govindarajan ha rilanciato il concetto e si è messo a parlare di futuro: «Anche il futuro si comporta allo stesso modo. Magari per un lunghissimo periodo non accade nulla, e viviamo giornate ripetitive e monotone. Poi si cominciano ad avvertire le prime avvisaglie di un cambiamento, ma il processo è lento, quasi impercettibile, fino a un certo momento, però, quando tutto precipita da un giorno all’altro».

È proprio vero, e il Covid-19 sta lì a dimostrarlo. Non è finita. Alla domanda cosa possiamo fare?, il professore indiano se n’è uscito con una perla di saggezza che ora vogliamo condividere con voi, cari colleghi della Pubblica Amministrazione. Dice Govindarajan: «Future is not about what you will do in the future. Future is about what you are doing NOW!» (Il futuro non attiene a ciò che farai nel futuro. Il futuro ha a che fare con quello che stai facendo ORA!). Ne abbiamo anche fatto una 📯 COACHING DAILY POSTCARD 📩, ieri l’altro, tanto è significativa. Eccola.

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Ha ragione Govindarajan: se aspettiamo passivamente che gli eventi ci travolgano rischiamo di fare una brutta fine. L’unico modo per uscirne è prevenire. Come? Preparandoci. Preparandoci con largo anticipo. E nei minimi dettagli. «Quali scenari prevediamo da qui ad un certo periodo di tempo? Cosa può accadere se…? Cosa possiamo fare, allora…? E se non funziona, quale alternativa abbiamo…? Quali sono le competenze che possiamo acquisire oggi, utili in caso di…?». Sono queste le domande coraggiose che una mente strategica deve porsi per farcela. Vale per le nazioni, vale per le organizzazioni lavorative, anche pubbliche, e vale per i singoli individui: «Fra vent’anni a partire da oggi, cosa mi piacerebbe poter dire di aver ottenuto?».

C’è un esercizio un po’ macabro ma molto efficace che talvolta facciamo fare ai nostri corsi: consiste nello scrivere il proprio epitaffio. «Cosa vorreste scrivere sulla vostra tomba, avendone la possibilità?». Credete, aiuta a fare chiarezza. Nel giro di un minuto le idee diventano limpide e cristalline come non mai e i partecipanti comprendono davvero cosa vogliono. Perché quando siamo posti davanti all’inevitabile non ci sono più stupidi “non posso” che tengano. 

Ecco cosa ci saremmo aspettati dall’ex potentissimo quella sera. Ecco cosa ci aspettiamo dai nostri governanti, cioè una visione chiara di futuro. Ed ecco, più nello specifico, cosa ci aspettiamo da chi regge il Ministero della Funzione Pubblica: una strategia per costruire oggi la P.A. che avremo fra quindici, vent’anni: meno dipendenti forse, ma più giovani, meglio pagati, preparati sia sulle hard-skills (competenze tecniche), che sulle soft-skills (competenze relazionali). Una P.A. iper tecnologica, rapida, intuitiva, dove nessuno risponde «non so» e neppure «deve venire allo sportello per firmare, dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18». Una strategia, peraltro, che individua analiticamente i passi da compiere per raggiungere risultati così ambiziosi. Il lavoro da fare è enorme, ma la posta in palio è la nostra vita.  

Altroché «non so immaginare neppure l’indomani»… Con compassione, adesso, siamo noi che guardiamo lui. 

A domenica prossima, amici.

Ad maiora!
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