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👣 CURIOSANDO SI CRESCE 👣 – Abbiamo appena finito di leggere un libro fantastico, “L’arte di avere coraggio”, di Francesco Alberoni, Piemme, 2016. Contrariamente a quanto avevamo previsto di scrivere oggi, facciamo un piccolo fuori programma per condividere con voi una serie di perle di saggezza che valgono un intero corso di formazione. 

Arte Coraggio P.A.

Scegliamo il modo più efficace, cioè di lasciare la parola allo stesso Alberoni. Pur nel rigoroso rispetto del diritto d’autore, infatti, riportiamo alcune pagine del libro, da leggere tutto d’un fiato. Lo stile è diretto e appassionato. Ci piace anche per questo. I paragrafi che seguono attengono alla riscossa personale, al cambiamento, alla vocazione: temi che riguardano da vicino tutti noi, prima o poi.

Viviamo anni di routine sempre uguale, ma d’improvviso arriva un ribaltamento totale (fosse anche “solo” a causa del Covid-19…), cui dobbiamo rispondere in modo adeguato, con coraggio. 

Ecco una bella mappa da consultare, studiare, seguire, specie quando siamo nel pieno del ciclone del rinnovamento (voluto o forzato che sia). Ciascuno di noi ha bisogno di buoni modelli cui ispirarsi, dipendenti della Pubblica Amministrazione compresi. Eccone uno valido.

A proposito di coraggio riportiamo anche la “COACHING DAILY POSTCARD” che abbiamo pubblicato sulle nostre pagine social il 1° giugno 2020. Parla di audacia, che con il coraggio va a braccetto. 

COACHING P.A. 74 baricco

A domenica prossima, amici miei.

Ad maiora! 

P.S.
Le ultime quattro righe sembrano scritte per questo periodo di emergenza da Coronavirus… Incredibile la lungimiranza e la sensibilità delle menti illuminate, oggi come nell’antichità, in ogni tempo. 

Pubblica Amministrazione voazione

Francesco Alberoni

NOI STESSI

«C’è sempre, nella nostra vita, una misteriosa coerenza, un filo conduttore, una trama, che qualcuno chiama vocazione, o chiamata, o addirittura destino. Che dobbiamo saper riconoscere e che dobbiamo avere il coraggio di non tradire, se vogliamo restare noi stessi e fare qualcosa che vale. Questa trama misteriosa non resta identica, cambia a ogni tappa della nostra esistenza. Ogni volta dobbiamo riconoscerla e accettarla fino in fondo. Solo allora entriamo in contatto con le energie profonde che ci sostengono e ci guidano. Non sentiamo più la paura, la fatica e riusciamo ad andare al di là del nostro io quotidiano.

1. CERCARE NOI STESSI

Noi tutti, nel corso della nostra vita, dobbiamo cercare la nostra strada professionale, artistica. A volte essa ci appare chiara fin da ragazzi; altre volte, invece, la troviamo solo molto tardi, dopo innumerevoli tentativi. Dipende dalle nostre qualità, dall’ambiente in cui viviamo, dalle possibilità che ci offre la vita, dallo sviluppo tecnico. Però, in ogni epoca storica, in ogni ambiente sociale, in Europa come in Africa, siamo sempre noi, singoli individui, che dobbiamo trovare la specialissima strada a cui siamo più portati. Io non penso a un destino. Piuttosto a una corrispondenza fra noi e il mondo. Come una predisposizione, una affinità, una chiamata. Perché ciascuno di noi è assolutamente unico e ha nel mondo un suo posto specifico, un suo compito inconfondibile. Ma quale? Proviamo in una direzione, l’abbandoniamo, cerchiamo in un’altra. Studiamo che cosa ci offre le migliori opportunità.

Ma non possiamo solo guardare all’esterno e scegliere quella più promettente. Se io sono uno studioso, la mia strada è la ricerca, la scoperta di nuovi fenomeni. Se sono un artigiano, la mia strada è fare oggetti stupendi. Se sono un insegnante, il mio compito è arricchire, far sbocciare la mente dei miei allievi. Però vedo attorno a me personaggi dello spettacolo, calciatori famosi, cantanti celebri, politici potenti, ricchi imprenditori. Cosa devo fare? Cercare di diventare come loro? C’è chi si lascia guidare dall’imitazione. Guarda affascinata coloro che hanno fatto fortuna, che hanno raggiunto il successo, vorrebbe essere come loro e si sforza di comportarsi come loro. È una strada pericolosa. L’imitatore si identifica completamente con il suo modello, entra nella sua pelle, desidera essere come lui, fare le sue stesse cose, in sostanza diventare lui. Se seguiamo questa strada perdiamo la parte più originale, passionale e creativa di noi stessi. Finiamo per non sapere più chi siamo e che cosa vogliamo veramente. Vaghiamo come banderuole e non arriviamo da nessuna parte. Non dobbiamo farci affascinare da ciò che fanno gli altri, dal successo degli altri. Questo successo può essere uno stimolo, una indicazione, mai una meta. Imitare gli altri ci può essere utile in un certo momento per capire che cosa è più adatto a noi. Come l’artista che copia le opere dei grandi maestri per impadronirsi della tecnica e carpirne i segreti.

Ma poi deve far emergere la parte più vera e inespressa di se stesso, dimenticare il maestro e realizzare il suo proprio inconfondibile stile. Il nostro compito fondamentale è diventare pienamente ciò che siamo. Per riconoscere la nostra vocazione profonda dobbiamo ascoltare dei segnali. Segnali che il nostro mondo interno ci manda, come un radiofaro che guida l’aereo lungo la sua rotta. Se ce ne allontaniamo troppo proviamo un oscuro senso di disagio morale, sentiamo che stiamo sbagliando. È come se una energia che ci sosteneva venisse meno. E se non riusciamo a cogliere questi segnali, se per presunzione li ignoriamo rischiamo di smarrire la rotta. Quali sono i segnali positivi? Possiamo dare solo qualche esempio. A volte incontriamo delle persone che sono come noi vorremmo o potremmo diventare. E, conoscendole, anziché provare invidia restiamo come incantati e presi da una religiosa ammirazione. Vuol dire che in noi c’è una risonanza, una affinità, forse una potenzialità. Altre volte, visitando una città, un laboratorio, una accademia, abbiamo come l’impressione che quella sia la nostra casa. Ma poiché non siamo ancora giunti alla meta, proviamo anche un sentimento di struggimento.

Lo racconta molto bene Andersen nel celebre racconto in cui il brutto anatroccolo vede i maestosi cigni. Lui non sa di essere un cigno, ma, osservandoli, coglie qualcosa che lo affascina, lo stupisce e lo commuove. In loro oscuramente percepisce la sua natura e il suo destino. E ci sono anche dei segnali negativi che indicano che ci stiamo allontanando dal radiofaro. In certi casi, al posto di curiosità e ammirazione proviamo un senso di disagio, addirittura di ripulsa, o abbiamo l’impressione di vuotezza, di aridità. Ricordo di aver provato questa impressione dopo aver fatto alcuni studi sul linguaggio ed essermi avventurato nel campo della semiotica. Sentivo che non era la mia strada, mentre ero affascinato dai culti di libertà e di salvezza delle società primitive, incredibilmente simili, nella loro struttura, ai millenarismi medioevali e alle ideologie moderne. Ed è stato così che ho trovato il campo di ricerca a cui ho dedicato tutta la mia vita.

2. UNA MISSIONE

Tutti, per vivere, devono avere una fede. Tutti, per vivere, devono avere una missione. Non importa se umile o elevata, se eroica o quotidiana. Avere una fede e una missione vuol dire essere inseriti nel fiume della vita, sentirsi parte di essa, con un senso, una meta. Vuol dire sentire di avere un compito utile nel mondo. Seguire la propria missione è come percorrere una strada che è già stata tracciata. Perderla è come smarrirsi fra i campi, fra i dirupi, senza orientamento. Eppure, di tanto in tanto, ce ne allontaniamo. Abbiamo dei periodi di smarrimento, di confusione. Ci domandiamo cosa stiamo a fare al mondo e siamo tentati di abbandonarci alla disperazione.

Ma dobbiamo resistere per ritrovare la nostra strada, per riconoscerla. Dobbiamo avere la forza di aspettare che, dal buio, ci appaia una luce, una speranza. E questa, presto o tardi, arriva. Può essere un incontro inatteso, una nuova opportunità, qualcuno che ci chiede aiuto. A volte è solo un cambiamento di umore, altre volte è un sogno. Di nuovo intravediamo un significato, una direzione. È come se si accendesse un’esile fiammella, che il vento può spegnere subito. Sta a noi prenderla sul serio, alimentarla, proteggerla. E per non perderla, ma ritrovarla, e andare verso la meta occorre la volontà, l’esercizio quotidiano della volontà. Solo con la volontà teniamo fissa la meta e resistiamo alle distrazioni, ai dubbi, alle debolezze, alle delusioni. Tutti coloro che hanno realizzato qualcosa di grande sono stati fedeli a questa loro ispirazione, a questo loro compito, con fermezza, resistendo alle difficoltà, all’insuccesso, soprattutto all’incomprensione.

Non dimentichiamo mai che ciò che è nuovo non viene capito e viene osteggiato. Dante è stato condannato a morte e ha dovuto passare in esilio tutta la sua vita. Shakespeare ha lasciato la casa, la famiglia, i figli. Mozart ha scritto musica come un forsennato, quasi sapesse di morire giovane. Beethoven ha continuato a comporre anche quando è stato colpito dalla sordità. Nietzsche ha lottato contro la pazzia. Freud ha resistito alle critiche, alle derisioni, alla malattia. 

(…)

3. OGNI ETÀ HA LA SUA MISSIONE

In ogni epoca della vita disponiamo di certe capacità emotive e intellettuali, e dobbiamo affrontare un insieme di problemi che dipendono dal particolare mondo sociale in cui ci veniamo a trovare. Il bambino dipende dai genitori, l’adolescente comincia a emanciparsene. Il bambino vive in una comunità infantile ristretta, l’adolescente è proiettato nell’universo giovanile, con le sue mode, i suoi cantanti, i suoi miti, i suoi valori. E il mondo sociale cambia ancora con l’ingresso all’università, poi con l’inizio dell’attività lavorativa, col formarsi della coppia e via di seguito. A ogni tappa cambiamo noi, cambiano le aspettative degli altri nei nostri riguardi, cambia il gruppo sociale in cui siamo inseriti, ma cambia anche la società nel suo complesso.

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Ci sentiamo in crisi, spaesati, impotenti, inutili. C’è anche chi incomincia a voltarsi indietro, a rimpiangere il passato. Mentre per vivere è necessario guardare avanti, affrontare il nuovo, trovare nuove energie, nuovi scopi. E ritrovare, così, il proprio posto nel mondo. In ogni tappa della nostra vita cambia perciò anche il compito fondamentale, la cosa più importante che siamo chiamati a realizzare. 

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C’è una chiamata per ogni epoca storica e per ogni fase della nostra vita. Ogni volta dobbiamo riconoscerla, accettarla e seguirla fino in fondo. Come dice il Veggente di Lublino: «È compito di ogni uomo conoscere bene verso quale cammino lo attrae il proprio cuore e poi scegliere quello con tutte le sue forze».

Buk P.A.

Lo dice anche il Vecchio Buk…

Spesso siamo chiamati a svolgere un compito che non avevamo previsto e neppure immaginato. Pensavamo di metterci tranquilli, di viaggiare, oppure di scrivere un libro, di stare in famiglia. E, invece, dobbiamo affrontare una nuova responsabilità in un’impresa, in una scuola, in un circolo culturale, in famiglia, in politica. Possiamo decidere di accettarla oppure no. Ma se accettiamo il nuovo compito dobbiamo metterci lo stesso slancio che avevamo messo nel primo lavoro. Guai a fare una cosa a metà, guai a farla e poi lamentarsi. Il compito più grave, più difficile diventa lieve se è accolto fino in fondo, senza riserva.

4. RISVEGLIO

Freud, ne “Il disagio della civiltà”, sostiene che il processo di civilizzazione ci costringe a reprimere sempre più profondamente i nostri istinti. Perdiamo la forza, l’immediatezza e l’ingenuità dell’animale selvaggio, del primitivo, del fanciullo. Diventiamo domestici, prudenti, pacati, ossequienti a leggi, regolamenti e divieti. E abbiamo una impressione di vuoto, di aridità. Anche la fantasia si spegne. Non ci sentiamo più immersi in una natura animata da forze straordinarie e divine. La nostra scienza vede soltanto cellule, molecole ed enzimi. Dal cielo scompaiono le intelligenze che regolano il nostro destino. Restano pianeti gassosi e comete di ghiaccio. Il disincantamento del mondo è parallelo all’inaridimento della vita.

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Non possiamo fare nulla di bello e di grande nell’arte, nella scienza, nella vita se non (…) ci liberiamo delle abitudini, delle regole, delle paure, che ci frenano e ottundono la nostra mente. Se non facciamo emergere il desiderio, la motivazione autentica, la vocazione nascosta nel fondo del nostro animo. Ogni creazione è una rivolta, una trasgressione, un risveglio, una rinascita. Allora la vita fluisce piena di forza. Ciò che ci pesava, ci inaridiva non erano le regole in sé, ma le regole distaccate dalle loro sorgenti. Risvegliato, liberato, l’impulso si trasforma miracolosamente in disciplina. La vocazione per la danza ci porta con naturalezza a disciplinare i muscoli finché non compiono gesti perfetti. L’artista, ossessionato dalla sua creazione, non si concede nessuna indulgenza. L’innamorato trova leggera qualsiasi fatica, qualsiasi prova per il suo amore.

5. LE ORIGINI

(…)

L’individuo, quando è nel pieno della creatività, non si preoccupa del potere. Non cerca sicurezze, garanzie. Si getta nel mondo, inventa, gioca, rischia, ride di se stesso e degli altri. Solo quando la sua creatività si spegne si mette ad accumulare denaro, cariche, premi e onorificenze. Il potere, la regola, la norma sono tutti sostituti della fiamma creativa scomparsa. Perciò l’individuo, la vita, la società possono rinnovarsi solo scrollandoseli di dosso periodicamente, ritornando giovani, ricominciando daccapo, in modo rischioso e creativo, come fosse il primo giorno».