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👣 CURIOSANDO SI CRESCE 👣 – Nel post di domenica 14 giugno abbiamo suggerito ai nuovi leader della P.A. di porre tre domande ai loro dipendenti per misurarne il livello di engagement. Alla prima («Il tuo superiore ti fornisce regolarmente feedback costruttivi, da cui trai spunto per migliorarti?») abbiamo dedicato il post di domenica 21 giugno, con un titolo provocatorio: «Il pagellino annuale non serve a niente. Il feedback sì». Oggi ci concentriamo sulla seconda domanda: «Il tuo superiore si interessa sinceramente a te come persona?».

COACHING P.A. People

Dunque, fissiamo subito un paletto: tra la “persona” e la “risorsa umana” ce ne passa. Eccome… Perché un conto è rivolgersi al dipendente come essere umano, dotato di un cervello, sì, ma anche di un’emotività; tutt’altro paio di maniche rivolgersi al dipendente come mezzo per raggiungere gli obiettivi, al pari delle risorse strumentali e finanziarie.

Anni fa ricordo una dirigente della vecchia guardia (oggi per fortuna in pensione) ammettere candidamente di trovare innaturale chiedere ai suoi collaboratori – magari il lunedì mattina – come era andato il fine settimana, se i figli erano in salute o se andavano bene a scuola. Liquidò la faccenda con un laconico «è solo una perdita di tempo, qui si lavora e basta». Roba da capelli dritti, stile anni Cinquanta…

Ogni uomo e donna sulla terra è portatore di alcuni bisogni. Senza scomodare Maslow e la sua piramide, basti dire che tra questi spicca il bisogno di importanza, cioè di esclusività, che è tra i motori della motivazione. Se un capo non fa sentire importante il dipendente, da una parte valorizzandone i tratti distintivi, e dall’altra interessandosi sinceramente a lui/lei anche “solo” attraverso piccoli gesti extra lavoro, come ad esempio chiedere con discrezione della pagella dei figli, o della gestione della badante della madre anziana, non può pretendere di costruire team affiatati. E solo i team affiatati raggiungono risultati sorprendenti. Perché – diciamocelo senza giri di parole – andare a lavorare solo per lo stipendio è deprimente.

Due settimane fa, durante il nostro webinar per Maggioli dal titolo “Leadership e Covid-19” abbiamo proiettato questa slide, tra le tante. Eccola:

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Per rinforzare il concetto abbiamo scelto un fotogramma della serie tv anni Settanta “Le strade di San Francisco”, che abbiamo cominciato a rivedere nel lockdown e di cui apprezziamo tanti aspetti, tra cui il rapporto franco, leale e di amicizia tra i due protagonisti, il tenente Mike Stone (Karl Malden) e l’ispettore Steve Keller (Michael Douglas). E il sorriso aperto di entrambi lo dimostra. Direte: è un film… Sarà, però attenzione, perché non è proprio vero che la fiction può rappresentare tutto al cento per cento. A un occhio allenato non sfugge un rapporto teso tra gli uomini e le donne che vestono i panni dei personaggi del film. Se invece chi recita davanti a una telecamera ha ottimi rapporti umani fuori dal set, allora anche la rappresentazione cinematografica ne trae benefici, specie in termini di fluidità e armonia. Non stupisce, allora, venire a sapere che la relazione professionale tra Malden e Douglas fosse condita da vera amicizia e reciproca stima. Leggete qui. Si tratta della recente risposta privata che Douglas dà via Facebook ad una sua fan, ricordando Karl Malden.

Douglas, the first day

Lei gli chiede di condividere il ricordo più prezioso che conserva del collega. E lui risponde rispolverando il primo giorno di lavoro dove, preso dalla voglia di fare colpo, prese un dosso a velocità piuttosto elevata (e a San Francisco dossi e colline non mancano) tanto che l’auto decollò, prima di toccare rovinosamente di nuovo l’asfalto. A quel punto pensò di essersi giocato il ruolo, e che sarebbe stato cacciato via. Invece Malden, che gli sedeva accanto, stemperò l’atmosfera con una battuta e «da lì nacque la relazione più gratificante che abbia mai avuto con un attore».  

COACHING P.A. San Francisco

Non si tratta di una perdita di tempo, cara collega dirigente ormai in pensione, ma di un investimento pro futuro. Se poi il mantenere le distanze ti dava l’illusione di avere più potere, ah, beh, allora discutiamone, perché si tratta di un’ammissione di debolezza e di una forma di difesa. Infatti non sta scritto da nessuna parte che dare la giusta confidenza ai colleghi significhi necessariamente perdere la loro considerazione. Ci sono tanti modi per farsi rispettare e non tutti richiedono durezza e distacco, stile militare. Ai corsi ci piace citare il caso di scuola della suorina esile e dalla voce sottile, che sa ottenere tutto ciò che vuole, senza scomporsi mai. Avete presente il pugno di ferro nel guanto di velluto? Precisamente…

Per questo, durante il webinar Maggioli, abbiamo dato un preciso suggerimento ai leader:  ogni mattina collegatevi via webcam con i vostri collaboratori in smart working, in modo da vederli e farvi vedere in faccia. Partite da un aspetto extra professionale per rinforzare (o sciogliere) il rapporto umano, e poi fate il punto della giornata lavorativa. Cinque-sette minuti, non di più. I dipendenti abbandonati a loro stessi, o trattati con distacco, si trasformano presto in un branco di buoi stanchi che si trascinano e alle 15.45 sono già lì che sbirciano l’orologio e riordinano la scrivania. I dipendenti valorizzati, invece, si sentono tenuti a bordo, parte della squadra, e allora sono disposti a dare il meglio, con entusiasmo.

La Pubblica Amministrazione del futuro passa anche da qui. Avanti!

A domenica prossima, amici.

Ad maoira!
COACHING P.A.