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👣 CURIOSANDO SI CRESCE 👣 – Cominciamo da lui. Tiziano Terzani. Sapevamo chi fosse da tempo, ma abbiamo cominciato a leggerlo solo da pochi giorni. Ci piace pensare sia un segno di buon auspicio per il 2021, perché percepiamo le sue riflessioni come una fonte di arricchimento personale. Da lui oggi prendiamo a prestito una parola, “normalità”, per farne il punto di partenza del nostro ragionamento.

A pagina 140 di “Un altro giro di giostra” – libro in cui Terzani racconta il viaggio interiore iniziato nel 1997, all’indomani della diagnosi di cancro all’intestino – l’autore scrive:

Passarono le settimane e i mesi e venne il giorno che, per una di quelle strane contraddizioni della vita, i malati di cancro temono di più: l’ultimo giorno da ammalato. Per molti la paura è quella di una ricaduta nella malattia. Per me era la paura di ricadere nel «prima».

«Abbiamo fatto tutto. Ora vada tranquillo. Faccia una vita normale e torni qui fra tre mesi», mi disse la mia meravigliosa dottoressa Portafortuna col sorriso soddisfatto del meccanico che restituisce al proprietario le chiavi della sua macchina riparata.

«Una vita normale»? Era l’ultima cosa che volevo fare. Tornare a vivere come prima? Ricadere nella routine? I giornali, le interviste, le cene coi diplomatici, gli articoli da scrivere, le chiacchiere inutili come quelle che si fanno in un ascensore che sale per trenta piani quando invece si vorrebbe tanto aver preso le scale? La conversazione? Mai e poi mai.

«Accomodato» per questo? Non ne sarebbe valsa la pena. E poi: ero convinto che, in qualche modo, il mio cancro era legato alla vita che avevo fatto prima e ora ero deciso a farne una diversa. E diverso era già il mio corpo: avevo una grossa ernia che mi sbuzzava nella pancia ricucita poco bene da un assistente del chirurgo, i capelli ricrescevano a malapena e tutti i miei gesti erano rallentati. Diverso ero anch’io: cosciente, ora come non mai, d’essere mortale. Pensavo diversamente, sentivo diversamente. Il mio rapporto col resto del mondo era ormai diverso.

Tutto questo per me era ovvio. Ma non per altri. Questa di voler vivere diversamente era la vera battaglia che avevo da combattere; non la «battaglia» della chemio o della radioterapia. Perché attorno al malato si crea una sorta di benevola congiura di tutti quelli che gli vogliono far apparire la malattia come uno stato transitorio, passato, e il ritorno al «prima» come la cosa più auspicabile. E i congiurati sono tutti: i medici, la famiglia, i migliori amici.

Tutti in buona fede. Tutti preoccupati che uno non voglia tornare «normale», tutti a dire in un modo o in un altro: «Forza, fatti coraggio, vedrai, tutto tornerà come prima».

Abbiamo letto questo passaggio del libro nello stesso giorno in cui il sito del quotidiano “La Stampa” titolava: «Assalto all’Ikea di Collegno: folla e ore di coda per entrare nel centro commerciale. La gente: “Abbiamo voglia di normalità”». 4 gennaio 2021.

Ed eccola, la parola magica, invocata, agognata, desiderata, bramata dalle genti di tutto il mondo alle prese con la pandemia. “Normalità”. Ma siamo proprio sicuri di voler tornare alla normalità di prima? E poi: possiamo permettercelo? Sia chiaro, è assolutamente comprensibile volerci togliere dai piedi questo stato di pericolo permanente, che minaccia non solo la quotidianità, bensì la vita stessa. Però, amici, sapete che dopo le parole di Terzani ci viene un dubbio? E cioè che chi oggi invoca il ritorno alla normalità pre Covid non abbia capito nulla della lezione della pandemia. Permetteteci di essere schietti, forse fino a suscitare l’irritazione di qualche nostro lettore. Ma ora ci spieghiamo meglio, cominciando col dire che un ritorno alla vita che abbiamo condotto fino al febbraio 2020 non è semplicemente possibile. Non foss’altro perché un evento di questa portata, con effetti ripetuti e costanti in un arco di tempo che comincia a essere considerevole (un anno!), ti lascia un segno e ti cambia dentro. E forse ti suggerisce anche che la “normalità”, il prima, non era più sostenibile, che qualcosa strideva e andava cambiato.

Abbiamo parlato di cambiamenti. Ecco, restiamo per un attimo sul concetto di cambiamento: da quello sconvolgente dovuto alla scomparsa di una persona cara, fino a quello organizzativo (ci arriviamo…). Ogni cambiamento attraversa varie fasi. Ce lo spiega bene il lavoro di una vita della psicologa svizzera naturalizzata statunitense Elisabeth Kübler-Ross. Secondo la Kübler-Ross, infatti, dapprima il soggetto reagisce negando l’avvenimento. Tale diniego si trasforma presto in rabbia, che può sfociare nella depressione. Ma poi la curva di chi manifesta una maggiore maturità cambia segno e risale grazie all’accettazione dell’inevitabile e alla ricerca di un nuovo significato. Lo stesso evento, che prima si faceva di tutto pur di nascondere, è stato inglobato e ora contribuisce a creare una nuova normalità. Non quella di prima, ma una diversa. Sta qui l’essenza del concetto di resilienza.

Colui il quale invoca la normalità (di prima) è ben distante dal compiere l’impegnativo passo avanti. E, guardando alla curva qui sopra, lo troviamo aggrappato alla fase discendente, di negazione e rabbia. Ma per uscirne si può solo andare avanti, non rimanere piantati alla prima tappa del percorso di crescita. Perché il vero obiettivo è l’accettazione dell’inevitabile (accettazione, non rassegnazione) e l’attribuzione di un nuovo significato.

Pensate se i nostri nonni avessero sprecato un solo grammo di energia per invocare il ritorno alla “normalità” nel mezzo dei cinque lunghi anni della seconda guerra mondiale. Una nuova quotidianità l’hanno costruita dopo, ma sotto la pioggia di bombe e durante l’invasione straniera la loro principale preoccupazione era di trovare la soluzione alle tante grandi e piccole difficoltà, era di vivere al meglio con le risorse disponibili, era di resistere all’inevitabile, cioè a una situazione che non potevano cambiare, ma solo attendere che passasse.

Che bello se anziché tante inutili polemiche i singoli fossero mossi da domande guida quali: cosa posso imparare da quanto sta succedendo?, quale la lezione più preziosa?, come posso migliorarmi?, quali carenze – nel mio piccolo – sono emerse dal punto di vista organizzativo?, come posso colmarle?

E qui arriviamo al cambiamento organizzativo della nostra cara vecchia Pubblica Amministrazione. A giugno ci avevano colpito le parole del sindaco di Milano Sala, che invocava il ritorno in ufficio e la fine dello smart working dei dipendenti pubblici. Ma come, una modalità di lavoro che già prima della pandemia era praticata in tutto il mondo (negli USA addirittura dall’embargo petrolifero dell’OPEC del 1973…), la si vuole cestinare solo perché fonte di polemiche politiche interne? Non sarebbe meglio trovare il modo di gestirla, invece? Cosa sono, allora, aziende come Twitter e Facebook, matte forse, che vogliono rendere il lavoro da remoto permanente anche dopo la campagna di vaccinazioni?

Non si torna indietro. Semmai ci si attrezza, si acquisiscono nuove competenze, si corregge la rotta di volta in volta. Ma invocare il ritorno al passato, dopo sconvolgimenti così significativi, è segno di rigidità mentale che non possiamo più permetterci. Lo smart working non è la peste, la passeggiata al centro commerciale, forse, non è l’unica modalità scaccia pensieri.

Per scoprire le best practice utili a governare lo smart working nella P.A. partecipa al corso in diretta organizzato da Maggioli, dal titolo “Soft skills: il ruolo strategico delle competenze trasversali nello smart working“, in programma per giovedì 8 aprile 2021, dalle 9.00 alle 12.00 (prima parte) e martedì 13 aprile 2021, dalle 9.00 alle 12.00 (seconda parte). 😉

Ad maiora!