Tag

,

Cari amici,

oggi voglio fornirvi uno spunto di riflessione alternativo rispetto a quanto sta avvenendo nel mondo. La prospettiva da cui osserviamo gli eventi è quella delle emozioni. Si tratta di un ragionamento che condensa vent’anni della mia vita, prima come passione, studio e sperimentazione, poi, da quando ho lasciato il cosiddetto posto fisso, come professione.

Guardate bene questa immagine e tenetela a mente.

L’essere umano è fatto per il 5 per cento di parte logica e per ben il 95 per cento di emozioni. Questo, almeno, è quanto ci insegnano i neuroscienziati. Uno di loro, il portoghese Antonio Damasio, è solito ripetere: «Noi crediamo di essere macchine pensanti che provano emozioni, ma in realtà siamo macchine emotive che pensano».

Partire da questo assunto significa che le emozioni vanno alimentate, rinnovate e sfogate. Esattamente come il corpo umano ha bisogno di acqua e cibo da tradurre in energia e azioni, anche l’inconscio ha necessità di soddisfare un certo fabbisogno di energia. Necessità che si regge sull’equilibrio tra due poli: il piacere e il dolore.

Proprio ieri ho finito di leggere l’autobiografia di Cesare Musatti (1897-1989), autorevole esponente della prima generazione di psicoanalisti italiani. Ad un certo punto Musatti racconta di quando si divertiva a terrorizzare per scherzo i suoi nipoti di tre anni, imitando il leone. Quelli, al ruggito e alla bocca spalancata dello zio, correvano via spaventati piangendo. Salvo, dopo qualche minuto, necessario per riacquistare la serenità, tornare a chiedere nel loro modo di parlare «Sìo, sìo, fai il leone». Da questo ricordo di vita familiare Musatti giunge alla conclusione secondo cui nonostante si «impaurissero veramente, traevano da questa situazione di terrore, anche un certo piacere, che li induceva a chiedere la ripetizione della situazione». (“Curar nevrotici con la propria autoanalisi”, Mondadori, 1987, pag. 138).

A questo punto possiamo giungere a una prima conclusione, che fa da architrave al nostro ragionamento: per la parte sotterranea dell’essere umano non c’è differenza tra bene e male. Questa distinzione, infatti, è figlia della parte logica. L’inconscio, piuttosto, riconosce l’intensità delle emozioni, e si esprime in termini di “basta, non ne voglio più”, oppure di “dammene ancora, perché non sono ancora sazio”.

Il pendolo che alterna piacere e dolore caratterizza gli esseri umani considerati sia come singoli, che come comunità. E qui arriviamo al punto. Torniamo all’illustrazione pubblicata poco sopra. La società occidentale, dopo anni di crescita, benessere, pace e armonia, ha apparentemente represso e anestetizzato la sete di dolore che tuttavia, come abbiamo visto, ci caratterizza (che ci piaccia o no). Come contraltare abbiamo assistito a un progressivo aumento di pratiche estreme, le uniche capaci di assicurarci emozioni quali paura, terrore, incertezza, ansia, angoscia: sport estremi, film violenti, e anche una gigantesca dose di aggressività e litigiosità mal celata nelle famiglie e nei luoghi di lavoro. Non c’è ufficio pubblico in cui ci chiamano a fare formazione dove non registriamo il penoso “tutti contro tutti”. Il frigo pieno, il tetto sulla testa, il letto caldo non ci bastano più, abbiamo bisogno di riempire anche l’altro serbatoio.

Estendiamo questo ragionamento dall’Italia alla Francia, dalla Germania alla Russia, dagli Stati Uniti fino, via via, a ricomprendere il cosiddetto mondo evoluto: era chiaro da tempo che prima o poi il punto di non ritorno sarebbe arrivato, con una necessità sempre più impellente di scaricare una tensione giunta all’apice.

Aggiungiamo che nessuno, o quasi, è stato formato a riconoscere e gestire le emozioni e a leggerne il linguaggio, motivo per cui parlare di questo tema, in questi termini, suscita ancora fastidio, incredulità, per non dire derisione. E il gioco è fatto.

Mio nonno (classe 1910) mi raccontava che dopo la seconda guerra mondiale nei paesi, in città, in fabbrica c’era una solidarietà incredibile tra le persone. Una voglia di migliorare, di aiutarsi, di risalire la china. Dopo, però, prima tutt’altro…

Una società che deve arrivare a distruggersi per rigenerare emozioni di paura e incertezza è una società profondamente immatura, diciamo pure infantile, per stare all’esempio di Musatti.

Ma è anche una società che segue il corso naturale dell’evoluzione delle cose. Forse il rimedio, prima ancora di imparare il funzionamento del meccanismo spesso pericoloso delle emozioni e di imparare a anticiparne gli effetti (temi che sarebbero da insegnare nelle scuole e nelle università!), è di accettare la situazione per quella che è, e di prepararci per come meglio possiamo all’inevitabile temporale.

Ad maiora! (nonostante tutto…)