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Amici, questa ve la devo proprio raccontare. Si tratta di un minuscolo episodio di vita, da cui emerge con forza come funzioniamo: almeno per quanto riguarda le trappole della comunicazione tra individui.

Dunque, oggi alle 14.15, appena uscito di casa per la passeggiata quotidiana che faccio 365 giorni all’anno, incontro per strada un maestro elementare che conosco da una vita, ma che ultimamente avevo perso di vista. Io al di qua della strada, lui al di là, seguito dalla sua allegra brigata di marmocchi, di rientro dall’intervallo. Siamo entrambi senza mascherina, quindi ci basta un colpo d’occhio per riconoscerci e salutarci agitando una mano. Poi lui, urlando per vincere il rumore del traffico, chiede: «Sei sfaccendato?».

Nella frazione di secondo che intercorre tra la sua domanda e la mia risposta, penso: «Sfaccendato? Mi starà chiedendo se in questo PRECISO momento mi sto rilassando. Perché altrimenti non avrebbe senso una domanda del genere. Caspita, sfaccendato io? Io, che tengo fino a due corsi in un solo giorno e che a momenti non so dove girarmi…?». Risposta a voce alta, anch’io urlando per sovrastare il rumore di auto e moto: «In questo momento sì» (intendendo: in questo momento, alle 14.15, sono in relax). Sua contro risposta, con espressione del volto stupita e compassionevole: «Allora auguri».

A quel punto ho capito. L’amico è stato tratto in inganno da un pregiudizio, quelli che si chiamano bias cognitivi. Seguitemi. È un po’ che non ci vediamo. Lui mi conosceva come dipendente comunale a tempo pieno super indaffarato, senza un momento libero. Non poteva sapere della mia scelta di mettermi in proprio, perché nessuno, a cominciare dal sottoscritto, gliel’ha mai detto. E allora a cosa può pensare chi vede un amico di 43 anni, nel pieno delle forze per lavorare e produrre, passeggiare per strada alle 14.15 di un giorno feriale, per di più con le mani in tasca e fare rilassato? Cavolo, questo è “a spasso”. Il Comune lo avrà licenziato? Era precario e non gli hanno più rinnovato il contratto? La pandemia l’ha costretto a trovarsi un nuovo lavoro?

Eravamo distanti, non nelle condizioni ottimali per chiarire l’equivoco, e dunque mi sono allontanato lasciandogli l’immagine di me che si gira i pollici e prende a calci le lattine per far passare il tempo.

Com’è facile non capirsi, eh? Nulla di male nel caso appena descritto: alla prima occasione utile lo aggiornerò. Ma pensate cosa accade tra colleghi, nelle riunioni, nei team. Apriti cielo. Tizio dice Ics, Caio capisce Ipsilon e entrambi sono convinti che l’altro abbia compreso esattamente quello che intendevano dire. Peccato che nessuno dei due si sia preso la briga di verificare e, se necessario, chiarire. E sai i casini poi…? Uh, mamma! Tu hai detto, io ho fatto, no sei tu che hai capito male, cosa iiiioooo? No, invece sei tu… E alè. Ulcere, dissidi, litigi, decisioni infarcite di emozioni fuori controllo, lavori fatti con i piedi, qualità scadente.

Conclusione. È come se nella testolina di ognuno di noi ci fosse una griglia elettrosaldata, una gabbia, uno schema, e noi fossimo alla disperata ricerca, centinaia di volte al giorno, di elementi da incasellare, catalogare, bollare. Se qualcosa va fuori dal seminato andiamo in tilt e colmiamo la lacuna con le maledette presupposizioni. Tutto avviene alla velocità della luce, senza che ce ne rendiamo conto.

E qui sta il punto. Cioè nella mancanza di consapevolezza. Pensate un po’ come sarebbe tutto più facile se anziché scolpire il nostro pensiero nella pietra, di tanto in tanto ci facessimo qualche domanda per mescolare le carte e darci un’altra possibilità… E se invece di essere nero, come io penso, fosse rosso? E se…? Nel caso dell’amico che è partito in quarta augurandomi di trovare un nuovo lavoro, non sarei potuto essere in ferie, ad esempio? Ma poi, davvero ho capito bene il suo intendimento, quando mi ha detto «Allora auguri»?

Non è un caso che ai corsi proponiamo sempre più spesso esercizi di creatività, per allenare il muscolo del “pensiero laterale” (l’espressione risale al 1967, ed è di Edward De Bono): ragionare out of the box, in contrapposizione al pensiero verticale, logico, rigido, può tornare molto utile, specie in tempi in cui viviamo situazioni nuove, e dove i vecchi schemi risultano inservibili. E pensate che bello se cominciassimo a dotare di questi strumenti i nostri ragazzi in età scolare.

A proposito, e se proponessi all’amico maestro elementare un incontro con la sua classe, proprio sul pensiero laterale…? 😉